Progetto San Francesco

CANTIERE DI LEGALITÀ

Raccogliete i pezzi avanzati affinché nulla vada perduto

(Gv 6,12)

IN BREVE, FINO AL CAMPO DELL’ALBUCHÌA

Vicenda umana e politica di Epifanio Li Puma

di Alessandro De Lisi

Per raccontare Li Puma e il suo omicidio serve guardare al di là delle apparenze, scendere la pendenza che necessariamente porta alla responsabilità. Serve decidere di esserne parte. Tanto chi scrive, quanto chi legge. Nella Sicilia del latifondo, ovvero fino al tempo della falsa speranza, della riforma agraria, gli uomini e le donne che sceglievano di praticare il mutuo sostegno verso il prossimo erano guardati con sospetto, circospezione e minaccia.

Dall’unità d’Italia, fino alle elezioni del 18 aprile del 1948, le Istituzioni nazionali coincidevano, nel silenzio della stampa ufficiale e della politica, con il potere delle famiglie aristocratiche.

Nobiltà, in tutto il Mezzogiorno, era sinonimo di possesso di vastissime aree agricole, mulini, villaggi, uomini e donne e muli. Con le elezioni del 1948 molto del vecchio mondo istituzionale cambiò; furono le prime elezioni costituzionali – il primo gennaio di quell’anno entrò in vigore la Carta Costituzionale – e per la prima volta la minoranza che controllava tutta la società meridionale rischiò di essere ufficialmente e democraticamente estromessa dal potere. Fino a quella data si nutrì la speranza di riformare il metodo dell’aristocrazia con il merito dei lavoratori, dei professionisti, dei contadini, ovvero con i protagonisti della guerra tra Stati e poi della stessa guerra di Resistenza. Mentre al Settentrione vi erano da tempo felici, seppur difficili, esperienze di cooperazione – questa

efficienza comunitaria è riscontrabile anche nel mondo operaio con l’attività dei sindacati – al Sud la maggioranza della popolazione viveva in condizioni di sottomissione e sfruttamento secolari. Le guerre mondiali, sia la prima e ancor di più la seconda, portarono gli uomini attivi in varie parti dell’Europa. Essi, anche se in larghissima parte come semplici soldati, entrarono in contatto coi coetanei di altre regioni italiane, contadini e operai esperti di nuove e più moderne forme di solidarietà organizzata. Chi sopravvisse agli stenti e alla guerra, una volta ritornato a casa, tentò di innovare le comunità, importando le esperienze più fertili, adattandole al contesto fortemente svantaggiato.

Tra questi soldati possiamo contare anche il giovane Epifanio Li Puma. Egli comprese la necessità di una più ampia organizzazione della comunità contadina, riformando i metodi di coltura ma anche di cultura: volle la prima scuola rurale del territorio, la prima sede sindacale, e comprese il valore della musica e del ballo come fattori di unità sociale. Per Li Puma tutti dovevano saper leggere e scrivere, e gli aiuti – comunque diffusi nella civiltà contadina di tutta Italia – al prossimo dovevano essere organizzati attraverso la Lega dei braccianti. Egli fu il leader della comunità, per autorevolezza, perché ad Epifanio gli vennero riconosciute gratuitamente la saggezza e l’umiltà indispensabili per guidare la società verso il rinnovamento. Non era l’alba dell’umanità, ma il secondo dopoguerra. L’epoca della grande emigrazione verso le fabbriche di Milano e Torino, il tempo del Lingotto e della Breda, delle case a ringhiera, dei contadini trasformati, dopo un giorno e una notte di treno, in operai.

Ai potenti della società siciliana dell’epoca servivano i testimoni di quel desiderio di riforma, e li trovarono.

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Uccisero Nicolò Azoti, due giorni prima di Natale nel 1946, e poi Placido Rizzotto a Corleone, Accursio Miraglia a Sciacca, Calogero Cangialosi, Salvatore Carnevale, e altri cinquanta sindacalisti e capi lega. Si rafforzò il legame tra le famiglie aristocratiche e la mafia del feudo, poiché essa controllava realmente sia il ciclo produttivo, come anche il territorio. La morte di Epifanio Li Puma fu il segnale eccellente della forza dei potenti, appena un mese prima delle elezioni del 1948. Affinché tutto cambiasse pelle, ma non muscoli, ossa e sangue.

Quando Li Puma fu assassinato, il 2 marzo del 1948, a colpi di fucile e di pistola nel feudo di Verdi, nel territorio di Petralia Soprana, ad oltre mille metri di altitudine, esistevano al nord, anche in Lombardia, molti pregiudizi sui siciliani; sospetti e incomprensioni sul senso arcaico e lento della Sicilia, sugli usi e sui costumi di una popolazione assai distante e troppo complicata. Si pensava alla Sicilia come una terra di mare e spiagge e donne con lo scialle nero in testa, fino a credere che per “curare” la società dai mafiosi sarebbe bastato solamente confinarli al Nord.

I criminali al confino giudiziario trovarono comunità prive di anticorpi specifici, ricchezze reali determinate dall’industria e non dall’assistenzialismo della Stato, e in più strinsero alleanze con altre organizzazioni mafiose trasferite d’ufficio in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Oggi, ad una passo dall’Expo abbiamo imparato – passando dagli anni di piombo e dall’omicidio di Giorgio Ambrosoli – che la mafia è un fenomeno economico e politico globale, capace di annettere e assoggettare qualunque ambito finanziario e sociale. Pertanto è necessario stringere in un solo corpo i pezzi delle istituzioni preposte al contrasto e all’arresto del crimine, delle associazioni e dei sindacati

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impegnati nella difesa dei lavoratori, delle parti di una società civile evidentemente sovresposta al rischio della mafia; serve l’unità delle opere e delle analisi di un corpo sociale sano anche se ancora, in alcuni casi, vittima del pregiudizio di innocenza.

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Sindacato

Italiano

Unitario

Lavoratori

Polizia

Lombardia


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